
Osservazione:
trovo le invettive e le contrapposizioni moralizzanti e totalizzanti del tutto sterili se non quasi sempre ipocrite.
Anche se in buona fede, finiscono sempre per mistificare e semplificare un contesto, una dinamica molto più complessi. Parlo di Beppe Grillo e dico:
si può riassumere il problema Italia in un Vaffanculo urlato dalle piazze? C'è qualcosa che non quadra. Grillo parla di una classe politica di corrotti, di partiti morti, di gente che è lì solo per fare il proprio interesse e va mandata a gambe all'aria. Sostituendola...con chi? Sono sicura, per esperienza, che la politica di oggi è fatta con passione e responsabilità da molti, Sono anche sicura che gli atteggiamenti di mediazione, di compromesso che spesso vengono additati come conformismo e ipocrisia sono risposte efficaci a problemi complessi come quelli della politica di gestione di un intero Paese. Ma anche se si stabilisse che questa classe politica, nonostante la buona fede, sta diventando inadeguata...chi mettere al suo posto?
Democrazia diretta? Assemblee? Ragazzi, ma in che Paese vivete?? La maggior parte degli italiani non sa nulla di sociologia, di economia, di legge, di un accidente nulla, e anche se ha la buona volontà di farlo nessuno può sperare di raggiungere un grado di preparazione tale da potere esprimersi su qualsiasi opinione. Questa smania di non rappresantazione, di non-delega, mi ricorda molto gli atteggiamenti superomistici di fine 800 da parte di una massa pronta a seguire il primo che la illudeva di avere molto più potere, molte più conoscenze di quelle reali. Una specie di riscatto dall'impotenza e dall'inettitudine che impedisce ogni realismo e finisce per rovesciarsi in un suicidio di massa o nella creazione di nuovi capi-popolo. O, nella migliore delle ipotesi, le proposte politiche concrete che ne risulterebbero sarebbero solo un'accozzaglia di buoni propositi su questioni di interesse personale, immediato, senza la capacità di visioni ampie, comprensive su temi di rilevanza nazionale, sociale, economica: queste non possono prescindere da rogrammi, da idee-guida, da principi direttivi. Fino ad ora i partiti avrebbero dovuto garantire proprio queste. Garantire che ogni decisione presa sia coerente con i suoi presupposti e sia efficace nelle conseguenze, a breve, medio e lungo termine. Bene la partecipazione, ma la partecipazione di tanti individui non forma una collettività.La democrazia, il pluralismo non possono escludere un'idea di bene comune, non possono solo risultare dalla dittatura degli interessi particolari della maggioranza.
Non solo: come dice Polito, davvero gli Italiani vogliono essere salvati?Io ho l'impressione che la classe politica, il modo di fare politica vigenti siano in buona parte lo specchio ( pur deformante e condizionante) di una cultura, di un modo di stare nella società. Non solo perchè i furbi e i corrotti sono"tra noi", ma perchè a mio parere non c'è la base culturale che possa permettere di affidarsi alla democrazia dal basso. L'80 % delle persone che votano lo fanno basandosi su singole affermazioni, piccolezze che vanno a toccarle nel personale, promuovono o bocciano un candidato non per le sue idee, per la sua lungimiranza, la sua visione della società, della giustizia, ma solo in base a frasette televisive, immagine , affermazioni decontestualizzate, annunci demagogici. C'è un modo alla base "mafioso" di intendere la politica, privo di qualsiasi senso di responsabilità, basato sulla ricerca del vantaggio clientelare, io do il voto a te e tu fai un piacere a me. O, e non so se è peggio, ci si interessa della politica solo quando si vuole trovare un capro espiatorio. Piove, governo ladro. La parola d'ordine diventa "Delega". E se va male, è colpa tua.
L'unica reazione verosimile alle tirate di Grillo è un'incentivo al qualunquismo, al non mettersi in discussione, al salvarsi accusando gli altri, ad autoassolversi, col solito becero cinismo di cui ci si circonda per incapacità di affrontare i problemi o per cattiva volontà. Non metto in dubbio il suo senso civico e le sue buone intenzioni. Ma ho l'impressione che la sua visione sia molto parziale, e che debba fare attenzione a non basarsi anche lui sull'immagine che dà la televisione per giudicare quello che accade nei Palazzi,. Quasi sempre, chi si mette contro e rifiuta il dialogo finisce per cadere in contraddizione e per fare autogol. Resto convinta che ogni realtà esistente esiste per più ragioni, e non si può semplificare e usare un'unica prospettiva. In questo senso, i veri cambiamenti agiscono sempre dall'interno e i rovesciamenti sono quasi sempre un'illusione di libertà e di fine dell'ordine, finendo sempre per riproporne uno nuovo e ben più subdolo, perchè inconsapevole. Insomma: non vi è bastata la Casa delle Libertà? Attenzione...
In un Paese dove:
- si ottengono le case popolari fingendo di vivere negli scantinati
- si hanno agevolazioni fiscali perchè si evadono le tasse;
- chi ha sempre pagato i contributi paga le pensioni minime di chi lavorava a nero
- si vuole la casa più grande perchè si è procreato 8 figli
- si vive col sussidio di disoccupazione perchè si è vittime del sistema che ci richiede "di essere produttivi tarpandoci le ali"
Nel Paese dove le leggi sono qualcosa di cui si approfitta, le regole qualcosa da aggirare, dove più nessuno ha un minimo senso di dignità o responsabilità, dove chi ha diritti non li pretende e chi è causa del suo male elemosina favori e rimedi...è molto difficile, molto difficile, credere nella giustizia sociale. Quasi è difficile dirsi ancora di sinistra. Quella per cui, date le pari opportunità, doveva filare tutto liscio. O non ci sono queste pari opportunità, o siamo un Paese di viziati, o un gregge di vittimisti e complessati, o non c'è più il senso della dignità...oppure qualcosa non funziona, lassù nei piani alti.
Credo di aver esagerato, un giorno mi pentirò di questo sfogo anti socialista. sarà che presso la mia illustre università i ceti medi a livello fiscale pare abbiano l'onore di essere equiparati a chi c'ha i miliardi ma non denuncia 'na lira. Sempre perchè "se uno le pagasse tutte 'ste tasse, sai dove s'andrebbe a finire". Piove, Governo ladro. Ma piove sempre sul bagnato.
C'è una ragione che cresce in me e l'incoscenza svanisce
e come un viaggio nella notte finisce...per me, più che normale che un'emozione da poco
mi faccia stare male una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza...
Ogni verità ha un suo tempo propizio. Ci vuole un po' di coraggio per riconoscerlo, per passare oltre, per il distacco che non significa dimenticare: il paradosso è che spesso non c'è niente di più vero di ciò che viene immaginato. Perchè anche se dopo devi farci i conti, i segni che lascia, le emozioni vissute, non le puoi rinnnegare, sono indiscutibili, inesorabili. Cambiano nome forse, cambiano segno. Sai di doverle abbandonare, sai che ti devi svegliare. Eppure, fantasie che erano illusioni, sensazioni chiamate sentimenti sono diventate comunque parte di te. Ingannevole è il cuore più di ogni cosa: eppure, i mondi a cui riesce a dare forma sono più reali dell'evidenza che ora ti trovi davanti, hanno più senso della logica della realtà che ti riaccoglie beffarda.
Ma resta in tutto questo un senso inquietante di libertà: qualcosa dentro ci dice che non solo quelle fantasie sono state preziose, ma che non c' è stata rivelazione alcuna. Se si dissolvono, se le lasciamo alle spalle, siamo noi a correre avanti e non loro a fuggire, siamo noi a stabilire che erano maschere, non loro a cambiare faccia. La verità non sta da nessuna parte, la verità per essere vera ha bisogno di qualcuno che la riconosce e stabilisce che lo è. Ogni sè resta un infinito, per me e per l'Altro: all'infinito provi a dare senso, interpretare ma non ci sono verifiche, criteri, conferme possibili. Avrai sempre fatti di fronte, comportamenti, parole,gesti, respiri. I sentimenti sono altro, incomprensibili, eppure l'unica cosa che ci chiede, urla, grida che vuole essere capita, per non impazzire e fino alla follia. Così, se tutto alla fine appare falso, se tutto si dissolve questa è nient'altro che una scelta. Alla fine di tutto, quando lui si volta e si allontana, non hai ancora CAPITO niente. Hai solo deciso a quale realtà appartenere e hai messo da parte i sussurri. La lucidità non cancella, non spiega, crea distanza. La ragione non è vera, solo utile.
Ora la quiete. Mi mancheranno i paradossi. La tachicardia. Il cinismo spiazzante, una carezza. Il gusto dell'assurdo e le mani intrecciate. La paura della banalità. L'ansia della fantasia. Ma in fondo eri te a dirlo: "la dignità, prima di tutto"
Per quanto c'è stato di vero. Per quello che ho creduto lo fosse. Per esserti lasciato immaginare. Per essere rimasto un mistero.
Grazie.
...Insieme a te non ci sto più guardo le nuvole lassù
E quando andrò devi sorridermi se puoi
Non sarà facile, ma sai, si muore un po' per poter vivere
Arrivederci amore ciao le nubi sono già più in là
Finisce qua, chi se ne va che male fa!...
Il paese delle meraviglie prevede un sovertimento della logica comune e/o legittimata. Prevede che l'assurdo sia possibile senza diventare nuova regola. Prevede libertà da ogni evidenza. Accade che due persone del tutto diverse non possono vivere separate: custodiscono un segreto che gli appartiene più di tutto, nessuno sa vederlo, sfidano la violenza dell'apparenza, la banalità delle affinità per conquistarsi un posto tutto loro. Vivono qualcosa che esiste solo in quanto vissuto, qualcosa che è , ma non è da nessuna parte. Non lo puoi cercare, non lo puoi trovare, non puoi inventarlo ma puoi sentire che ti chiama, ehi, dico a te. è qualcosa che subisci, l'inevitabile, l'irreversibile. è uno sguardo che si incontra e disegna la parabola di una storia intera, già potresti saperne la fine, già sai se guardi bene chi sarà un giorno per te quella persona. Se ti farà felice, se ti ci arrabbierai, se sarà una parentesi di un momento o un sogno da non realizzare, un ricordo malinconico, un orizzonte in più o un rifugio dal futuro. Nel Paese delle Meraviglie è l'intuito che va sempre un po' più in là. Sta prima della ragione eppure sta dopo, mille miglia dopo, dove nessuno lo può negare nè distruggere: quello che dice è sacro. Si può argomentare, interpretare, si può dire che ha costruito castelli di sabbia. Ma resta che gli ha costruiti, e non con chiunque, e non per caso. L'assurdo è l'unica cosa di cui ci si può chiedere il senso. Quindi ce l'ha sempre. E quando si sfida la logica, non si perde mai tempo.
Nel Paese delle Meraviglie...è dura viverci da soli. Va a finire che prima o poi piangi.
Il sarcasmo è simulazione distruttiva in cerca di consolazione. Prigioniero di se stesso, si logora e sta un passo prima dell'abisso, aspettando una mano tesa colma d'ironia salvifica.
Se ogni limite è anche condizione per esistere e per riconoscere il limite, allora l'ironia è l'unica forma autentica di libertà. Dal linguaggio, perchè ci gioca. Ma l'ironia che non ama è morta. L'ironia deve amare quello che distrugge. L'ironia mangia quello che annienta. Il sarcasmo odia e vorrebbe esser mangiato.Il cinico è un moralista deluso che vuole difendersi dal male chiamandolo per nome e abbandonandosi al buio. Profana e distrugge per fare più grande il rispetto. Esorcizza l'abisso ove si getta. Afferma l'odio perchè ha un concetto troppo elevato dell'amore.
Agente e paziente, soggetto e oggetto dell'ironia diventano tutt'uno nel cinico. Il cinico è insieme coscienza smascherante dell'ipocrisia e incoscienza da riscvegliare ironicamente.Il cinico è una coscienza lacerata e sofferta che vive tragicamente il proprio scandalo. è una coscienza infelice, che si è scelta la sua tragedia ma non ne è del tutto padrona. La sua disperazione la preserva dall'istrionismo come dall'insensibilità.
L'ironia non ha a che fare con il suo scandalo. L'ironia non conosce nessuna disperazione.
(liberamente, da Jankelevitch)
Confronto insano:
La scuola è un'istituzione della società. La scuola ha il compito duplice e contraddittorio di mantenere l'individuo nel contesto di cui si nutre, di aiutarlo a sopravviverci e insieme renderlo atto ad osservarlo. La scuola costruisce il cittadino del futuro, l'ingranaggio interno ai suoi meccanismi, e insieme dovrebbe aiutare a costituirsi la persona, libera e critica. La scuola forma un soggetto insieme esterno e interno alla società:il soggetto interno è nutrito dal contesto e se ne fa servitore; il soggetto esterno è messo in grado dal contesto stesso di esercitare critica sul suo ambiente culturale e sociale. Questa è la contraddizione (?) in cui vive oggi ogni uomo/cittadino: la sua formazione è atta a inserirlo in un contesto per stile di vita, conoscenze...la sua formazione deve essere utile. é nutrita dalla società ed è PER la società. Insieme, lo scopo che si prefigge questa formazione è quello umanistico, per cui non solo mi devono essere affidate CONOSCENZE TECNICHE da riutilizzare per riprodurre il contesto che mi permette di acquisirle, ma anche mi si deve permettere di sviluppare un atteggiamento critico, di sentire, intuire nuove prospettive, di elaborare e discutere valori : anche i valori su cui si è fondata la mia stessa formazione. Anche i valori su cui si fonda la scuola. Anche quelli su cui si fonda la stessa società che l'ha istituita.
è capace la scuola, si può permettere la scuola di svolgere questo compito?o meglio, è davvero possibile, in senso intrinseco, per la scuola avere questo ruolo e insieme mantenere autorità? O viceversa, avere questo ruolo e essere davvero "formativa"?
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In cosa sarebbero "superiori" le facoltà e le scuole "umanistiche" ? Si dovrebbe forse valutare questa superiorità proprio nel senso di "maggiormente comprensivo". Non quindi come fossero opposte a quelle a indirizzo tecnico, ma come quelle dove tutto ciò che è conoscenza tecnica e scientifica viene ridiscusso in relazione a ciò che è UMANO, a ciò che ci riguarda come persone, seppure inserite in un contesto culturale tecnico e sociale. La conoscenza libera è in questo un flessibile traguardo più che un comodo piedistallo. Essa rischia però continuamente l'ipocrisia o l'assurdo, perchè anche le conoscenze umanistiche e le formazioni universitarie relative hanno bisogno di trovare una collocazione sociale. Nessuno insomma, anche passato il tempo della scuole, può davvero permettersi di essere svincolato dal contesto. Se non altro per poterci vivere. Se non altro perchè mentre ti dà la possibilità di liberarti, ti lega. Eppure mentre ti lega, ancora ti libera.
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Cosa non fa a volte una conversazione con la nonna...
Antonio Capranica: lezione di stile
http://www.chetempochefa.rai.it/TE_rendervideo/0,10938,1078825,00.html
Tutti spagliamo. L'importante quando si sbaglia è saper inparare dai propi erori.
Buffo sì che si capiscono bene tante cose e poi si è ccondannat a restare un enigma a se stessi. Le cose che non vuoi e quelle che non puoi sapere hanno ognuna il suo tempo. Ci sono problemi che non si risolvono, veli che non cadono, misteri che si infittiscono e non si tratta di pensare, nè di riflettere. Non si tratta di intuito e intelligenza. E se uno è confuso, è confuso. Nessuno può insegnarli come uscirne. Siamo soli.
A: Why her?
D: Because she didn't need me.
"Io le persone intolleranti proprio non le sopporto" (dialettica dell'opposizione sterile)
...immaginare come un cieco
e poi inciampare
in due parole
a che serve poi parlare
per spiegare e intanto, intanto noi
corriamo sopra un filo, una stagione,
un'inquietudine sottile...
Io che credo che la semplicità della sintesi sia frutto del genio. Dentro la metafora di questa frase ci possono stare mille libri esistenzialisti.
...Non sapere fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare...

Bruci la città
o viva nel terrore
nel giro di due ore
svanisca tutto quanto
svanica tutto il resto.

E tutti quei ragazzi come te
non hanno niente come te
io non posso che ammirare
non posso non gridare
che ti stringo sul mio cuore
per protegerti dal male
che vorrei poter cullare
il tuo dolore il tuo dolore.
Muoia sotto un tram
più o meno tutto il mondo
esplodano le stelle
esploda tutto questo.
Muoia quello che è altro
da noi due almeno per un poco
almeno per errore.
(e io lo sapevo che non era di Irene Grandi...)
Non voglio, non può essere. Non di nuovo. Un tempo quello che c'era era solo nelle parole. Dov'ero? Ora sono qui e non mi sento. Ascolto silenzi riempiti da illusioni. Il ridicolo è in agguato dietro l'angolo, lì a dirti "Te l'avevo detto". Si, ma a che serve sapere che sbagli se pensidi poter vedere cose ignote ai più? Come paradossi, antinomie indecidibili, credenze che non possono che restare tali, inverificabili, rassicuranti e inquietanti insieme. C'è un tempo in cui sognare è tutto e l'altro in cui sei lì, che punti in avanti ma a ogni momento rischi di cominciare a essere la parola fine e guardarti indietro. Tornano giorni tristi allora, strade secche, sorrisi vuoti e musica da non ascoltare, da non capire. Quella che non sai non c'è. Quello che sai ora poteva già essere chiaro prima, se non fosse stata quella vocina, sottile....la tua o del mondo?ah, bazzecole...che differenza fa?

Ci pensavo a guardare Spiderman l'altra sera, e pensavo che alla fine il perdono ha un che di tragico. é la cosa più tragica che si può fare. E non tanto perchè spesso le accuse spesso sono prodotto di equivoci. ("La lama che uccise suo padre appateneva al suo stesso aliante") Non tanto perchè chi ha agito in quel modo aveva ragioni che possiamo comprendere, se non giustificare. L'uomo sabbia dice "Non chiedo il tuo perdono, ma la tua comprensione" è sbagliato, non ha senso. si comprende solo se si perdona. C'è un atto di volontà prima di tutto. Dettato dall'esperienza del dolore forse? Dall'idea religiosa che nessuno è senza peccato e nessuno può permettersi di credere di esserne immune? "Anch'io ho fatto cose terribili" dice Spiderman.Oppure da un bisogno di apertura, dal difendersi dalla solitudine e dalla sofferenza?"la vendetta è come un veleno, che ti rende un essere spregevole" spregevole alla lettera, è senza pregio, o da disprezzare. l'odio rende odiosi. L'uomo da sempre teme di non essere amato abbastanza. è forse la più grande causa di sofferenza. Per questo perdonare appare come una debolezza, perdonare significa ammettere di voler essere amati, di non potere vivere "con la vendetta nel cuore" Ancora più che chiedere perdono. Forse. Allora somiglierebbe tutto a un tragico, ultimo abbraccio, rassicurante e un po' patetico. E insieme forse di libertà. Se il vero che il Captivus è prigioniero, non è più captivus l'assassino del vendicatore. é prigioniero di una catena causa - effetto che è infinita proprio perchè fasulla, perchè non esistono cause che siano giustificazioni di per sè, perchè potremmo scoprire che il male inferto a noi pretendeva di giustificarsi quanto la nostra vendetta. La cosa un po' sadica però è che il perdono si dà solo a chi lo chiede, a chi sa di essere captivus nel senso che ne soffre e ha bisogno di essere liberato. "Se soffri, allora ti perdono" Ama il tuo nemico significherebbe sii libero. Ma sempre più spesso il perdono suona come gesto di indifferenza, volontà di impunità. Mentre se è, è forse un gesto di condivisione che senza il riconoscimento della colpa non funziona.
La formazione è una storia tragica, è un abbandono di posizioni progressivo, e pare che quella finale dovrebbe essere "rispettare quelle di tutti", comprensione, tolleranza, pluralismo. Non è forse la posizione più estrema? Non ti rende in fondo intollerante verso chi non è tollerante quanto te? I politically correct sono integralisti. Pensare che ogni opposizione si risolva con una mediazione, in fondo, non può essere che depressivo. Cosa c'è di stimolante in questo punto di vista?Non può essere che un risultato, un'idiozia conquistata a fatica. Che ha un sapore tragico, non dolce e sereno, pacifico, da abbraccio universale. Chi non si innervosice quando quella che gli pareva una banalità scopre che alla fine è anche la sua conclusione, che in fondo è d'accordo? Chi non si sente spiazzato a dover cambiare opinione, a doversi ridiscutere?L'apertura infondo non è che la chiusura verso la chiusura. E allora si rischia di giudicare in modo affrettato quale sia la chiusura. Mai notato quanto è aggressivo, chi parla di queste cose?Chi parla di pluralismo, apertura, problematicità, dialogo? L'apertura vera e propria non è che consapevolezza della chiusura. é tragico ma è così. Ci si può via via superare ma saremo sempre più chiusi rispetto a qualcun'altro, anche se il nostro percorso è stato ben più ricco, ben più onesto. Così va il mondo, baby, che ti piaccia o no. La vita è una responsabilità. Anche solo nell'agire, portiamo avanti un ' interpretazione del mondo, del suo senso.
L'ottimismo del "mettere in discussione", capire e cambiare è roba da'ltri tempi. In realà sapere non "serve", ma è inevitabile. Doloroso. Ogni passo che si fa è una scelta, ogni ignoranza la decisione di rimadare il vero e il rischio di non cogliere l'occasione di cambiare, al momento giusto. Capirsi, che parola senza senso. Non c'è nessuno sdoppiamento in noi. Si capisce solo il proprio passato.
La realtà complessa di oggi si legge solo in modo ermeneutico, si dice, più complesso, flessibile, dialettico. Ma è poi così? Non è la realtà sempre così complessa, o sono i saperi che cambiano il mondo? No, la realtà è sempre stata questa. é questo il bello: è li che incombe su di noi e siamo noi stessi che ci sfidiamo. Da sempre l'uomo è costretto ad essere libero. Solo che ora ne ha preso coscienza, e allora ha bisogno di leggerci un'occasione, una chance per essere più felice. Invece, non si può che essere umani. Questo ci rende più evoluti, ci rende migliori? non lo so. So solo che la conoscenza, le opinioni, le interpretazioni, le scelte ci accompagnano sempre, anche quando decidiamo di non avere opinioni, di non scegliere...si testimonia sempre qualcosa. La realtà è problematica, e questo è inevitabile, non rassicurante. La vita e la formazione non sono una corsa verso il rischiaramento, il sereno. Semplicemente, ci sono cose che sono umane. Anche non sapere. Anche la consapevolezza. Anche la consapevolezza di non poter sapere. O di non volere.
TIRESIA:
Ahi, ahi! Sapere quanto è duro, quando
a chi sa nulla giova! Io ben sapevo,
ed obliai. Venir qui non dovevo.
(....)
GIOCASTA:
Dammi ascolto, ti prego! Non far ciò!
ÈDIPO:
Non veder chiaro in tutto ciò? Non posso.
GIOCASTA:
Ah! chi tu sei, mai tu non sappia, o misero!
(da Edipo Re, Sofocle)
Ma è la crisi delle idee che genera un pluralismo inquieto o la superficialità e il caos che genrano l'illusione di un tempo di grande rivolgimento e l'apparenza di una messa in discussione di principi che si nutre solo di fraintendimenti? A me sembra che si voglia vedere in questo "UOMO" di oggi un senso di angoscia che lo pervade sempre più spesso in un nascosto subconscio. e vogliamo discutere del subconscio, vogliamo dire che ogni volta che si ha fuga o disinteresse questo dipende da un atteggiamento di difesa di fronte a un ipotetico caos? di questo caos sempre più e in più casi la gente si fa scudo per assecondare degli atteggiamnet ributtanti. se il dogma centrale è la felicità, l'attimo, e non più un progetto di dignità, un bisogno di aperture...bè, allora il pluralismo diventa imbarazzante. Un poò come pensare che, siccome si sono distrutte economie e società di interi Paesi e chi ci abitava è corso da noi come verso la salvezza, ora si debba esaltare e difendere il multiculturalismo. Curiosi paradossi: i valori di oggi costruiti sugli errori e le antinomie di ieri. Ma chissà, forse è sempre stato così.
I miei valori davvero derivano solo dalle mie inclinazioni, da ciò che per me è importante in senso di realizzazione/felicità personale? davverò si fa sempre e solo di necessità (psicologica) virtù? Forse c'è del vero. Forse se io sono portata ad agire in un certo modo per un semplice principio di piacere e in più questa si rivela un'azione universalizzabile, e perciò buona, giusta, bè questa è una pura coincidenza e io non faccio niente di buono/giusto. Non ho un merito. Ma forse è errata interpretazione quella del buono collegato al giusto come dovere, che quindi necessariamente si oppone al piacere a all'iclinazione "naturale". è ancora un'azione morale quella fatta per senso del dovere contro una parte di sè? forse sì, perchè ci fa scoprire aspetti di umanità che si accompagnano in senso costitutivo ma forse non consapevole al mio modo di essere. Ma può essere qualcosa costitutivo e non consapevole? Chi dice, chi stabilisce che lo sia?Quale violenza è quella che carpisce i miei bisogni prima che io me ne renda conto?Chi se ne assume la responsabilità? Soluzione:i miei valori emergono dal mio agire e a sua volta regolano e giudicano il mio modo d'essere una volta che ne prendo coscienza. Questa storia della non consapevolezza è un fatto insidioso: cioè, è il discrimine tra moralismo ipocrità e abisso dell'ingiudicabilità, tra chi si fa bandiera delle proprie bassezze per adeguarsi alla necessità di giustificare moralmente le propre azioni di fronte agli altri sapendo che sta seguendo tutt'altro principio / e chi è convinto di agire per il bene suo e altrui mentre inconsciamente è mosso da tutt'altro scopo. Nel secondo caso, visto che esiste la psicoanalisi, sono incolpevole o colpevole di agire in quel modo senza conoscerne i veri motivi? è colpevole, sbaglia chi difetta di conoscenza?no, non può esserlo. Si può essere colpevoli solo in relazione alle conseguenze, non alle intenzioni. Ma se le conseguenze sono su noi stessi, il demerito è incalcolabile. Quindi i valori sono la parte di noi che ci salva da noi stessi e dalla causa effetto interna che ci regola. Libertà. E qui direi di chiudere.
" Tutti i libri del mondo valgono un caffè con un amico "
sponsor della nuova catena di librerie-bar fondata da Raz Degan dove puoi comprare tutto a 80 cent ,.Compreso l'amico.
La scuola indica la via al pensiero critico e libero. Ma può la scuola esporsi al rischio di essere quindi criticata essa stessa? Essa si pone comunque come un valore, una necessità, un presupposto. Per quanto l'educazione stimoli a mettere tutto in discussione è proprio essa stessa che ne resta immune. Rischia di essere autoritaria senza più accorgersene, di avere presupposti quando invece sbandiera la sua apertura totale alla discussione dei fondamenti. Così la democrazia, che apre al pluralismo, che sa mettere in dubbio ogni sapere e ogni opinione, finisce per non mettere mai in dubbio se stessa e allontana ed esclude come un pericolo tutti quei punti di vista che rischiano di minarne le basi. Tutto può (e deve) essere discusso,tranne il principio per cui tutto può essere discusso. Tutti devono esercitare la libertà di pensiero, ma nessuno deve porre in questione se questo sia doveroso, giusto e per quale motivo lo sia. La scuola e l'educazione di oggi, emancipate dall'autoritarismo, rischiano di presentare lo sviluppo delle potenzialità personali e la libertà critica come nuovi dogmi non ripensabili. Nel momento in cui tutto può essere discusso, resta qualcosa di indiscutibile e di presupposto: il fatto che questo sia necessario e che non debba essere minata l'istituzione che lo rende possibile. è legittimo tutto questo?Si può dare ancora oggi una vera Filosofia dell'Educazione o pensiamo di aver già evitato ogni rischio di ideologia? Lo scettico insegna che " il più estremo relativismo nasconde la possibilità di un dogmatismo tanto pericoloso quanto più subdolo e inconsapevole"
Cos'è in fondo innamorarsi se non un modo di guardare? Quel punto di vista unico, il dono che si fa a qualcosa, a qualcuno di essere libero, libero dai soliti sguardi, dall'idea comune che glia ltri ne hanno, dall'idea che egli stesso ha di sè... L'amore inventa e insieme rivela, è lo sguardo che viene dopo tutto gli altri eppure scopre qualcosa che sta prima di tutto...qualcosa che prima non c'era eppure è vero, era lì da qualche parte. é un modo di vedere effimero, che non puoi far nulla per mantenere, che sembra potrebbe svanire e tornare ad essere fisica, impressione su retina e portarsi via la gioia di avere saputo liberare e insieme possedere quella cosa...quel qualcuno...che solo quando lo sai amare ti parla, solo in quel momento fa parte di te.Come il gioco delle figure tridimensionali che escono dalla pagina se ti allontani lentamente dal foglio, come la brina che si scioglie su un vetro, come sapere vedere le parole come disegni, linee belle e sinuose. Basta un attimo di distrazione, e quello che c'è non lo vedi più.
I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sara' meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e' dorato, mi fara' pensare a te. E amero' il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardo' a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, pero'. Ho da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano" (...)
Cosi' il piccolo principe addomestico' la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangero'".
"La colpa e' tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno" disse la volpe, "il colore del grano".